domenica, Febbraio 28, 2021
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Manhattan è una lettera d’amore a una città, con una particolare attenzione alla fragilità dell’animo umano.

Regia: Woody Allen;

Anno: 1979

Cast: Woody Allen, Diane Keaton, Michael Murphy, Mariel Hemingway, Meryl Streep;

Durata: Un’ora e 37 minuti;

Genere: Commedia, Drama;

locandina del film “Manhattan”

Isaac Davis (Woody Allen)è uno scrittore televisivo di 42 anni che vive a Manhattan; ha da poco divorziato con Jill Davis (Meryl Streep), sua seconda moglie, che l’ha lasciato per una donna ed è alle prese con un libro sulle vicende del suo matrimonio con Isaac. A sua volta il protagonista sta frequentando la giovane diciassettenne Tracy. Yale (Michael Murphy), miglior amico di Isaac pur essendo sposato con Emily, sta vedendo un’altra donna: Mary (Diane Keaton), una giornalista divorziata. Isaac incontra Mary ad una mostra d’arte, assieme a Yale; dopo un primo incontro poco fortunato, Isaac incontrerà nuovamente Mary ad una festa, finendo per uscirci insieme.

Da sx: Yale, Mary, Isaac e Tracy

“Capitolo primo: adorava New York, la idolatrava smisuratamente. Ma no, è meglio, la mitizzava smisuratamente, ecco. Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero, e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin…”.

È così che inizia “Manhattan”, con uno dei monologhi più famosi della storia del cinema. La voce narrante è di Woody Allen, doppiata dal solito Oreste Lionello. L’accompagna una serie di pillow shot di Manhattan su uno sfondo in bianco e nero sapientemente curato da Gordon Willis, storico direttore della fotografia di Francis Ford Coppola nella trilogia de “Il padrino”. E’ così ci appare sullo sfondo un eccezionale skyline newyorkese; il ponte di Brooklyn, lo stadio degli Yankee, Central Park, i fuochi d’artificio del 4 luglio. Il tutto sulle note della “Rapsodia in blu” del classico George Gershwin.

Perché assieme ad Isaac, Mary e Tracy, la grande protagonista del film è proprio “Manhattan”, città tanto amata e al contempo odiata dal regista, che ci tiene a metterla in scena con un altrettanto classico bianco e nero che la trasporta fuori dal tempo e dallo spazio. «Quando la vedi sul grande schermo, è veramente decadente», dice Allen a proposito della città.

Il film non è solamente una dichiarazione d’amore per Manhattan, ma anche una storia d’amore tra Isaac e Tracy, tra Isaac e Mary, tra Mary e Yale; tutti i protagonisti si intrecciano e si incontrano, dando vita a una sceneggiatura “Alleniana”. Ecco quindi discorsi sulla vita e sull’universo, stoccate al mondo televisivo newyorkese e alla borghesia, citazioni alla grandezza indiscussa di Bergman e Fellini, due autori che più di tutti hanno forgiato il modo di fare cinema di Woody Allen.

E proprio come questi due grandi autori, Allen fa di un luogo parte inscindibile con la narrazione: “Manhattan” vive grazie a New York e non potrebbe essere il contrario; così come “La dolce vita” vive grazie a Roma e non potrebbe essere altrimenti.

È così che prende vita il film forse più riuscito di Woody Allen; un film che non punta tutto sulla sceneggiatura che scava nelle fragilità dell’animo umano, ma anche su un montaggio che adotta uno stacco netto, spesso a braccetto con le musiche di George Gershwin, un’illuminazione morbida, le carrellate orizzontali a seguire i passi dei protagonisti che dialogano per le strade cittadine, e dei campi lunghi con i personaggi decentrati rispetto all’immagine, a intendere la piccolezza dell’uomo rispetto all’ambiente. Iconica è infatti la scena della panchina ai piedi del ponte Queensboro.

Iconica scena della panchina ai piedi del ponte “Queensboro”

Altrettanto iconica resta la sequenza di sguardi e parole tra Isaac e Mary al Planetarium sotto l’anello di Saturno, scena che viene poi “scremata” da una battuta poche scene più avanti: “Ma eri così sexy sai. Eri tutta bagnata di pioggia e… io… avevo il folle impulso di metterti contro la superficie lunare e… darmi a perversioni interstellari.”

Probabilmente la più grande qualità di Allen rimane quella di mettere in scena e fondere l’ingenuità e la tenerezza di un’artista incompleto, solo e complicato. “Manhattan” è infatti lo specchio di una società fatta di intellettuali fragili, di un’umanità confusa, cinica e disillusa, che non riesce più ad “avere fiducia”.

Il film si conclude con un ribaltamento dei ruoli, sulle note conclusive di “Rapsodia in blu”, con un Isaac immaturo e una verità crudelmente sbattuta in faccia da Tracy, dimostrandosi così ben più matura di lui nonostante sia 25 anni più piccola.

Secondo quanto detto da Allen, il film ha preso vita grazie all’amore per la musica di George Gershwin. Solamente dopo tempo l’attrice Stacey Nilken raccontò che la storia d’amore di “Manhattan”, tra Isaac e Tracy fu ispirata a una sua reale relazione con il regista newyorkese, cosa che Allen confermò solamente nel 2014, in un suo articolo sul “New York Times”

“Manhattan” risponde al genere di “neurotic comedy”, un drama travestito da commedia, con battute spiazzanti che lasciano un sapore agrodolce in bocca; Woody Allen con questa pellicola del 1979 colleziona due nomination agli Oscar del 1980, tra cui miglior sceneggiatura originale e vince il premio “miglior film” e “miglior sceneggiatura” al BAFTA del 1980.

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Antony nasce a metà degli anni 90, in un caldissimo pomeriggio d'agosto; durante la sua vita cresce, impara a camminare, a correre e a traslocare. L'ultimo trasloco l'ha catapultato a Torino, facendolo diventare studente di Comunicazione. Nel tempo libero scrive perché scrivere è la sua più grande passione: scrive di cinema e scrive racconti qui(https://antonymandaglio.wordpress.com/), ma nonostante ciò non ha ancora imparato a scrivere la sua biografia. Procrastinatore seriale.

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